1° MAGGIO ANARCHICO E INTERNAZIONALISTA

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COMUNICATO DELLA FEDERAZIONE ANARCHICA SICILIANA

25 aprile 2021

FACCIAMO I PARTIGIANI QUA.

La liberazione non è stata solo nel Continente, anche la Sicilia ha dato, con le sue donne e suoi uomini, un contributo non indifferente sia nelle formazioni partigiane del centro-nord che nella stessa Isola.

Ancora prima della lotta partigiana, l’impegno nella lotta antifascista in Sicilia negli anni ’20, ’30 e ’40 è stato notevole. Iniziative difficili ma coraggiose, che vanno dalla costituzione degli Arditi del Popolo ai numerosi episodi di fronteggiamento dello squadrismo, dai tentativi insurrezionali degli anni Trenta alle sommosse popolari subito dopo la caduta del Regime e prima della nascita della Repubblica.

Lo testimoniano le rivolte antitedesche verificatesi in molti comuni siciliani e le sommosse, spesso armate, scoppiate in tutto il territorio, la più significativa delle quali è stata quella del “Non si parte” contro il richiamo alle armi avviato dal governo monarchico del Regno del Sud nel dicembre 1944, con le Repubbliche popolari sorte in alcuni paesi come Comiso, Piana degli Albanesi, Naro… quando in alcune zone si rispose: “fari u partigianu cca!”

Una Sicilia da sempre sfruttata e svilita prima dalla Monarchia e dal Fascismo e poi tradita dalla Repubblica Democratica, schiacciata dal tallone di ferro dello scelbismo e da quello mafioso; ma una Sicilia antifascista e proletaria che non si è mai tirata indietro.

In questa terra afflitta dall’emigrazione, da un’industrializzazione che ha prodotto una profonda devastazione ambientale, accompagnata da una costante militarizzazione, con una classe dirigente di ieri e di oggi che continua la sua opera parassitaria e mafiosa di gestione dell’esistente. In questo periodo di sindemia in cui viviamo sulla nostra pelle il fallimento del modello capitalista, fatto di sofferenza e morte, e di sopravvivenza per pochi privilegiati: è urgente riannodare i fili di una resistenza che parta dai contesti locali per rilanciare la lotta di liberazione sociale che ci emancipi da un destino che vorrebbero già scritto.

Federazione Anarchica Siciliana

fas.corrispondenza@inventati.org

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il nostro primo maggio a Ragusa

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GLI ARDITI DEL POPOLO A PALERMO

GLI ARDITI DEL POPOLO A PALERMO

Una targa affissa il 24 aprile scorso nel luogo dov’era la Camera del Lavoro sindacalista di via Lungarini, in cui si riunivano nel 1921 gli anarchici e i repubblicani rivoluzionari di Palermo, intende ricordare i 100 anni dal primo episodio di lotta armata al fascismo in quella città.

Nel Luglio di quell’anno, il fascismo in Sicilia era ancora debole (il mese dopo, anche tra le file della destra nazionalista, c’era chi scommetteva sulla sua imminente scomparsa) e alla ricerca di popolarità. Ancor più a Palermo, dove uno scossone bene assestato avrebbe potuto mandarlo all’aria. Da qualche mese, unitamente ai nazionalisti, in concomitanza con le elezioni politiche di Maggio, aveva iniziato a Palermo una campagna contro il caroviveri, che non ebbe particolare successo anche perché si limitava all’autoriduzione della spesa nei piccoli esercizi. Passò quindi, come in altre parti dell’Isola, alle aggressioni e alle insolenze squadristiche nei confronti dei militanti dei gruppi politici di sinistra. Alla vigilia del 1° maggio arrecò un duro colpo alle organizzazioni proletarie distruggendo la sede della F.I.O.M., contigua alla Camera del lavoro di via Lungarini. I fascisti, nonostante la presenza delle Guardie Regie, riuscirono a penetrare dal balcone e la incendiarono: la sindacalista socialista Maria Giudice ed una figlia, che ne erano ospiti, si salvarono calandosi in strada con delle lenzuola. Alcuni dei fascisti in fuga vennero tuttavia intercettati, bastonati dagli operai e consegnati alla polizia. L’indomani 1° maggio seguirono altri scontri che portarono all’arresto di quattro operai e allo sciopero generale che, il 2 maggio, paralizzò la città. Il 24 maggio c’era stato un altro tentativo di irruzione all’università, prontamente respinto dagli studenti comunisti. I fascisti avevano perciò ripiegato sui pubblici ritrovi dove emettevano grida, cantavano inni, imponevano alle orchestre di suonare Giovinezza, ecc… Chi protestava veniva malmenato. Il primo a farne le spese era stato un comunista, Romeo Castellana, che tuttavia, difendendosi a pugni e botte contro le rivoltelle puntategli contro, era riuscito da solo a mettere in fuga i suoi assalitori. L’episodio venne commentato dall’Artigliere (alias Paolo Schicchi) sul “Vespro Anarchico” del 20 agosto (che si pubblicò in ritardo per la carcerazione subita dal redattore responsabile, Gabriele Pappalardo, di cui diremo). L’Artigliere invitava i giovani comunisti di Palermo a collaborare con le forze antifasciste per organizzare gli “Arditi del popolo” anche a Palermo, come si stava facendo in altre città d’Italia e dell’Isola, “ma a condizione ch’essi siano l’espressione di tutto il proletariato in armi, i soldati della rivoluzione sociale, l’avanguardia di tutti i ribelli e non mai i giannizzeri d’una despotia orientale, i mammalucchi d’una dittatura militaresca, i cosacchi d’un conte di Culagna in sessantaquattresimo, i poliziotti di una fazione rossa”: come si espresse nel suo linguaggio immaginifico. “Persuadetevi una buona volta – continuava – che la rivoluzione sociale non sarà possibile se tutte le forze proletarie veramente ribelli non combatteranno unite”.

Nello stesso numero del giornale si dava conto di quanto nel frattempo era accaduto. Su proposta del gruppo anarchico palermitano, il 22 luglio era stata deliberata dai comunisti, nella Camera del Lavoro di via Maestri d’Acqua, da loro egemonizzata, la nascita di tre squadre d’azione, prima fase per la successiva costituzione della sezione degli “Arditi del popolo” (o “Arditi Rossi” – che però erano tutt’altra cosa – come titolava il giornale). Il 25 luglio vi era stato un primo scontro a fuoco in Piazza Alberigo Gentile, in seguito al quale due fascisti erano rimasti feriti. Così Paolo Schiccchi racconta l’episodio: “Un manipolo di giovani, di giovani ferventi d’ideali, non di criminali stipendiati, pensò di difendere e di difendersi (…), si costituì in numerosa legione, non per provocare ma per difendersi (…) Aveva affrontato i fascisti e li aveva messi in fuga come tante carogne a bastonate ed a sputacchiate. Vi furono dei feriti. L’indomani sera, dopo il conflitto di Piazza Alberigo Gentile, la P.S. circondò la Camera del lavoro. Quando i giovani entrarono, fece largo e li lasciò passare indisturbati; ma all’uscita tese loro l’imboscata, l’accerchiò (erano una ventina) e li portò in questura. Dopo perquisitili ed interrogatili, ne rilasciò una parte trattenendo i caporioni. Il compagno Gabriele Pappalardo, redattore responsabile del nostro giornale, venne arrestato dopo, da solo, mentre si avviava verso la Camera del Lavoro. Portato in questura e perquisito con esito negativo, fu ciò nonostante trattenuto e l’indomani tradotto in carcere (…) L’indomani dell’arresto del compagno Pappalado, gli fu perquisita la casa, pur con esito negativo. Ma il corpo del reato doveva trovarsi ad ogni costo: i libri. Fra questi ve n’era uno da me dedicato a lui in occasione delle sue nozze: Così parlò Zarathustra di Federico Nietzsche. Il reato c’era: il libro (…) La pubblica sicurezza lavorò quattro intere giornate per formulare l’accusa: i giovani Pappalardo, Drago, Corallo, Sturiani, Albegiani, Fardella, Librizzi (padre e figlio), Maramanni sono imputati, secondo la P.S., di mancato omicidio in persona dell’ex tenente Corrao, e per la magistratura inoltre per lesione reciproca con i fascisti (…) Alla questura importava, pur sapendo che verso gli arrestati non c’era luogo a procedere, di arrestarli, per incarcerarli e distruggere il movimento iniziato, e far subire loro un po’ di carcere preventivo”.

Anche Gladiator (alias Gaspare Cannone), in una corrispondenza inviata a “Umanità Nova” il 9 settembre, riteneva che il questore di Palermo stesse usando come pretesto lo scontro con i fascisti “per togliere dalla circolazione coloro che già da parecchio tempo sono presi di mira” a causa dello sviluppo considerevole che “a Palermo, il movimento sovversivo, da alcun tempo in qua prendeva (…) e la pubblicazione dei numeri del Vespro Anarchico molto vi contribuiva”. La polizia, in particolare, se l’era presa con Gabriele Pappalardo “nella sua qualità d’indomito difensore della classe dei sarti”, di cui aveva recentemente condotto uno sciopero vittorioso, e gerente del “Vespro Anarchico”, e contro “il giovane mutilato di guerra ex tenente Albiggiani (…) puro repubblicano”.

Le carte della Questura di Palermo, che riceveva notizie “confidenziali” dettagliate dall’interno della stessa Camera del Lavoro di Via Maestri d’Acqua, e le ricerche di Giuseppe Micciché, Marco Rossi ed Eros Francescangeli, rendono il quadro un po’ più complicato.

L’idea di costituire squadre di “Arditi del popolo” era venuta paradossalmente, fin dal 1° giugno, ai socialisti palermitani, che avevano pensato di far venire in Sicilia l’onorevole Mingrino, uno degli esponenti nazionali dell’organizzazione. Ma poi vi avevano rinunciato, essendo il partito socialista impegnato nella stesura del patto di pacificazione coi fascisti che sarà in vigore dal 3 agosto. Erano stati quindi gli anarchici a sponsorizzarla, trovando nei giovani comunisti un terreno favorevole, specialmente dopo che Antonio Gramsci, sull’ “Ordine Nuovo” del 15 luglio e dei giorni successivi – superando le diffidenze della direzione bordighista del partito -, si era mostrato possibilista nei confronti della nuova organizzazione. Il 17 e il 22 luglio i comunisti tennero sull’argomento due riunioni consecutive – i cui verbali furono successivamente sequestrati dalla polizia – dove si affrontarono tre linee divergenti, quella di Simone Fardella (favorevole alla costituzione degli “Arditi del popolo”); quella di Gaetano Canino (che proponeva di “infiltrarsi” nel movimento per trascinarlo su posizioni comuniste); e quella del segretario della sezione Filippo Greco che rimaneva legato alla linea ufficiale bordighista: si sarebbero dovute costituire “squadre d’azione” esclusivamente fra i comunisti. Alla fine, si trovò una formula di compromesso (“costituire le squadre d’azione comuniste; non ostacolare né disinteressarsi della istituzione degli Arditi del Popolo”) e s’indisse una riunione per lunedì 25 luglio per la definitiva costituzione delle squadre. Dei 95 tesserati che contava il Partito a Palermo, se ne presentarono alla riunione del 25 luglio, alle ore 20, circa la metà. A questi si aggiunsero i rappresentanti dei gruppi anarchici e repubblicani, che si era deciso d’invitare dopo le manifestazioni di protesta inscenate dai fascisti nel fine settimana a seguito dei fatti di Sarzana del 21 luglio, che, mentre da un lato avevano galvanizzato le forze popolari, dall’altro lasciavano presagire una recrudescenza di assalti alle sedi operaie. Dopo gli interventi, nell’ordine, di Filippo Greco, Simone Fardella, Angelo Drago, Gabriele Pappalardo, Gioacchino Di Liberto, Placido Corallo e Calogero Librizzi, fu decisa la costituzione degli “Arditi del Popolo”, “imitanto, in tal modo, ciò che si è fatto in diverse città del continente – si legge nella relazione trasmessa dal questore al prefetto di Palermo il 26 luglio -. Tali Arditi del Popolo sarebbero divisi in tre squadre dirette, ciascuna, da un comandante e da un sotto comandante. Ad incitamento del Fardella stabilirono di far guerra senza quartiere ai fascisti ed alla borghesia. Alla fine fecero qualche evoluzione nei corridoi della Camera del Lavoro, dopo di che si sciolsero allontanandosi a piccoli gruppi. Ma successivamente, sempre alla spicciolata, pervennero in circa trenta in Via Libertà, all’altezza di Via Notarbartolo, dove si riunirono dirigendosi verso la Piazza Alberico Gentile. Quivi poco dopo convennero pure piccoli gruppi di fascisti, come nelle sere precedenti: allora i comunisti, notato il movimento, si appiattarono dietro gli alberi in prossimità della via Cantieri, ciò che fu rilevato dai fascisti. I due gruppi allora impegnarono una violenta brevissima mischia, durante la quale furono esplosi dei colpi di arma da fuoco. Con l’immediato intervento della Forza Pubblica i rissanti si sbandarono e non fu possibile raggiungerli. Rimasero feriti i fascisti Corrado Achille, ex tenente degli Arditi, che riportò lesione di arma da fuoco alla spalla destra guaribile in giorni dieci e lo studente Dragotto Angelo di Carmelo, di anni 18, che riportò ferita lacero contusa alla regione parietale destra guaribile in giorni otto. Ignorasi se vi sia qualche altro ferito”. Il “Giornale di Sicilia”, che nel numero del 26-27 luglio dava notizia della costituzione del “primo gruppo degli Arditi del Popolo”, riportava anche che il conflitto, avvenuto alle 23, aveva prodotto quattro feriti tra i fascisti (ne verrà individuato solo un altro, Antonio Di Marco) ed uno tra i comunisti.

Il 26 luglio, alle 13, per rappresaglia, i fascisti (una ventina secondo la Questura) tentarono di assaltare la Camera del Lavoro di via Maestri d’Acqua (ironia della sorte: proprio mentre gli organismi direttivi delle due Camere del Lavoro, quella confederale di via Lungarini e quella di via Maestri d’Acqua, emanavano un comunicato in cui sconfessavano l’azione violenta del giorno prima), ma vennero “allontanati” dalla polizia (i fascisti che venivano “fermati” in quel periodo erano subito rilasciati a piede libero).

Per organizzare un’ulteriore risposta da parte delle forze di sinistra venne indetta d’urgenza una nuova riunione, quella sera stessa, alla fine della quale saranno arrestati dalla polizia e deferiti, il 29 luglio, all’Autorità Giudiziaria: “Fardella Simone, fu Paolo, agente postale, comunista; Pappalardo Gabriele fu Antonio, sarto, anarchico, Albeggiani Arturo di Giovanni, studente, repubblicano; Drago Angelo di Mariano, agente postale, comunista; Corallo Placido, fu Francesco, elettricista, comunista; Librizzi Calogero di Leopoldo, comunista; Rosciglione Antonio di Salvatore, disoccupato, comunista; Sturiano Giuseppe fu Sebastiano, avventizio presso la Delegazione del Tesoro, comunista; Maramaldo Giuseppe, fu Onofrio, venditore ambulante, comunista”. Il presidente del Consiglio Bonomi e il Guardasigilli Rodinò davano intanto agli organi periferici dello Stato e alla Magistratura precise istruzioni per reprimere e tenere in carcere il più a lungo possibile gli “Arditi del Popolo”; vi aggiungeranno il D.L. del 2 ottobre (“Proibizione dei corpi armati”) e la Circolare del 21 dicembre 1921 in cui ne ordinavano lo scioglimento. La sezione palermitana degli “Arditi del Popolo”, appena costituita, subiva per di più il boicottaggio del nuovo comitato esecutivo del partito comunista, diffidato a far ciò dalla dirigenza nazionale (conscia delle difficoltà che incontrava ogni suo tentativo di egemonia), seguita a ruota dai vertici dei socialisti terzinternazionalisti e dei repubblicani. Senza l’apporto dei comunisti, e con i suoi maggiori sostenitori in carcere o  perseguitati e minacciati di arresto, la sezione palermitana si sciolse da sé, a differenza di alcune sezioni della Sicilia orientale, animate perloppiù da libertari, come quella di Catania che giunse ad avere 400 componenti e durò, tra le più longeve in Italia, fino all’ottobre 1922.

Gli arrestati palermitani del 26 luglio vennero rilasciati il 26 ottobre, dopo tre mesi di carcere preventivo, per insufficienza di indizi. “Prima di lasciare il carcere – scrive il “Vespro Anarchico” del 6 novembre – i liberati furono fatti segno ad una grande ovazione da parte dei detenuti, memori delle difese che i nostri compagni prestarono in loro favore contro gli abusi degli aguzzini”. Tra questi ultimi vi erano altri due anarchici, arrestati mesi prima, Joe Russo, detto l’”Unico” e Gaetano Marino di Salemi. La redazione del “Vespro Anarchico” aveva attivato per l’occasione un comitato siciliano “pro-vittime politiche” (del fascismo), il primo del genere, di cui si occupò personalmente Gabriele Pappalardo, non appena uscito dal carcere.

Natale Musarra

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Per i 100 anni di Franco Leggio: una video conferenza

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Emilia, anarchica mapuche, assassinata in Cile

Anarchist News Agency / GHC Translation
All’alba di martedì scorso, a Panguipulli, nella regione di Los Ríos, in Cile, è stata assassinata la lamgnen (donna mapuche) Emilia Milén Herrera, conosciuta come Bau, 25 anni, attivista vegana, animalista, anarchica, difensore della terra e dei suoi abitanti, in Lof Llazkawe (territorio Mapuche in ripresa). Emilia (Bau) è stata colpita da una pallottola alla testa sparata da guardie private, uomini armati assunti dal condominio Riñihue, responsabilità dell’imprenditore Manuel García.
Riproduciamo il comunicato ufficiale della comunità:
“17 febbraio 2021, Panguipulli, Desagüe Riñiwe. Come Lof Llazcawe vogliamo denunciare che ieri (16/02/2021), quasi a mezzanotte, il nostro lamnien Emilia, detto Bau, è stato ucciso dalle guardie, sicari assoldati, assunti dal condominio Riñimapu. È caduto a causa di un colpo di proiettile in fronte, compiuto dai malviventi ingaggiati dal condominio, che in quel momento stavano espellendo alcuni camper che si trovavano sul posto e che chiedevano aiuto a Lof di fronte alla minaccia di questi teppisti.
Da segnalare che il condominio aveva già attivato nel pomeriggio le forze di polizia repressive per espellere questi camper, e che sono stati loro, guardie e carabinieri, ad autorizzarne la permanenza nel luogo. Ecco perché i nostri peñi e lamnien si sono avvicinati chiedendo loro di rispettare quanto concordato in precedenza con i campeggiatori, ma in quel momento le guardie hanno colto l’occasione per sparare direttamente ai nostri lamnien e peñi, e la nostra cara Emilia è caduta.
Condanniamo pubblicamente questi sicari inviati da Manuel García, che rappresenta il condominio e che incolpiamo per questo cattivo atto. Ancora una volta la nostra terra, il nostro mapu riceve un giovane weichafe, un essere bello e gentile, protettore del mapu fino al suo ultimo respiro, una sorella che ha messo la sua vita in difesa del nostro Ñuke mapu. Chaw ngenechen ti dà il benvenuto insieme al nostro weichafe caduto nel nostro wenu mapu, e da lì ti alzi come un altro spirito guerriero del nostro popolo.
Chiediamo che i colpevoli di aver messo le armi nelle mani di criminali siano ritenuti responsabili dell’omicidio del nostro caro e amato Lamnien Emilia.
Giustizia per Emilia!
Se uno cade, dieci si alzano ”.
Küme rupu, lamgnen. Bel modo, sorella.

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Pippo Gurrieri assolto in appello

PIPPO GURRIERI ASSOLTO IN APPELLO
Il compagno Pippo Gurrieri è stato assolto nel processo di appello richiesto dalla difesa (avv. Paola Ottaviano) in seguito alla condanna a 6 mesi di reclusione più il pagamento delle spese processuali, relativamente al reato di “offesa all’onore e al prestigio dei pubblici ufficiali in servizio”, durante il Trekking NO MUOS del 21 agosto 2016.
In quell’occasione vennero denunciati 24 tra compagne e compagni, accusati di reati vari: dall’avere organizzato una manifestazione non autorizzata, al danneggiamento delle recinzioni della base USA, dall’aver ostacolato il riconoscimento dei “danneggiatori”, al travisamento, e, infine Pippo, per aver mostrato il sedere ad alcuni operatori (poi rivelatisi) di polizia, esclamando: “Arripigghia chistu!”.
A conclusione del dibattimento, il 16 gennaio 2020, tutti gli imputati erano stati assolti, eccetto Gurrieri, assolto per altri due reati contestati, ma non per l’affronto del sedere. Evidentemente era il “prescelto” a fungere da vittima sacrificale per quella giornata di lotta NO MUOS trascorsa passeggiando in Sughereta, il cui lungo processo stava per concludersi in un nulla di fatto.
La Corte d’Appello di Caltanissetta, le cui motivazioni saranno rese note tra trenta giorni, il 17 febbraio ha ritenuto che “il fatto non costituisce reato”, assolvendo Pippo dalla condanna ricevuta in primo grado.
Incassiamo questo risultato positivo, e continuiamo la lotta contro il MUOStro di Niscemi.

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Comunicato della Commissione di Relazioni dell’Internazionale di Federazioni Anarchiche

Solidarietà internazionalista contro la stretta autoritaria globale

La pandemia globale e le sue conseguenze gravano sulla classe lavoratrice. È quella sfruttata e oppressa la parte della popolazione mondiale più colpita dalla pandemia e allo stesso tempo quella più impegnata nel proteggere la salute di tutti. Il sistema statale e capitalista sta ora mostrando più chiaramente le proprie falle e contraddizioni. L’accelerazione dei processi autoritari in atto a livello globale punta a difendere il potere, il privilegio e il profitto delle classi dominanti.

In varie regioni del mondo osserviamo il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro di centinaia di milioni di persone. L’accaparramento di risorse naturali continua, e beni essenziali come terra e acqua sono sempre più concentrati nelle mani di grandi proprietari. Poche grandi compagnie di diversi settori come e-commerce, tecnologia, media, industria farmaceutica, grande distribuzione e industria dell’auto hanno prosperato durante la pandemia, guadagnando centinaia di miliardi di dollari.

In molti paesi del mondo cresce la spesa bellica, le tensioni militari tra gli stati aumentano, accompagnate dalla propaganda razzista, nazionalista, fascista. Molti governi stanno rafforzando il proprio apparato di sicurezza sia esercitando maggiore controllo e repressione sulla popolazione sia estendendo i poteri dei corpi di polizia. Intanto la popolazione segregata, nella striscia di Gaza come nei ghetti delle metropoli, a Lesvos e nei campi di detenzione per migranti come nelle carceri di tutto il mondo, vive questa crisi in condizioni di totale deprivazione.

Spesso le misure per prevenire la diffusione del coronavirus vengono utilizzate dai governi per colpire i movimenti di lotta. Ma in ogni angolo del mondo ci sono forme di resistenza, movimenti di lotta che in alcuni casi non solo resistono ai processi autoritari in atto, ma provano a far nascere un’alternativa. Siamo con coloro che si sollevano contro il razzismo e la polizia negli USA, contro le squadre speciali della polizia in Nigeria, contro un nuovo stato di polizia in Francia, con chi si rivolta in Cile contro lo Stato militarista neoliberale e la violenza genocida utilizzata per reprimere la popolazione Mapuche. Siamo con chi lotta per la libertà e l’uguaglianza contro la dittatura in Turchia e in Bielorussia, così come contro i regimi autoritari in Tahilandia e in Indonesia.

In molti casi il movimento anarchico è parte attiva di queste lotte. In varie aree del mondo del mondo le anarchiche e gli anarchici sono impegnati quotidianamente, difendendo spazi di libertà, sostenendo lavorator* in sciopero, costruendo di reti solidali e di mutuo appoggio per far fronte all’impoverimento, alla violenza di genere, all’inaccessibilità dei dispositivi di protezione e dei trattamenti medici.

Ora più che mai è urgente rafforzare la dimensione internazionalista dell’anarchismo, per far fronte ai processi autoritari in atto, per rilanciare una prospettiva rivoluzionaria in un mondo che lo Stato e il capitalismo hanno portato al collasso.

La Commissione di Relazioni dell’INTERNAZIONALE DI FEDERAZIONI ANARCHICHE (IAF/IFA) – 16 Gennaio 2021

www.i-f-a.org

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PER UNA SOCIETA’ LIBERA E SOLIDALE. Documento della FAS per l’azione diretta dal basso.

Per una società
libera e solidale

La pandemia da Sars-CoV-2, il virus che provoca la malattia denominata Covid-19, sta determinando un profondo stravolgimento delle nostre vite e delle nostre abitudini: cessazione dell’attività in diversi settori economici, sospensione delle lezioni nelle scuole, confinamento nelle case (per chi ce l’ha) di una parte consistente della popolazione mondiale. Non a caso, quindi, si parla di evento epocale che potrebbe segnare una svolta nella storia dell’uomo.
Gli Stati e i governi reagiscono al diffondersi del contagio in modo spesso disordinato e improvvisato. Viene imposto il divieto di circolare e muoversi liberamente con un accavallarsi di decisioni e controindicazioni inestricabili e anche contraddittorie; è previsto un sostegno economico per chi è impossibilitato a svolgere il proprio lavoro, ma anche in questo caso confusione e ritardi sono la norma, mentre la gran parte delle risorse è appannaggio di imprese e grandi aziende e contemporaneamente centinaia di migliaia di famiglie sono abbandonate a se stesse, sostenute solo da una diffusa solidarietà; il sistema sanitario è in grande affanno, travolto dall’emergenza e solo con grandissimi sforzi da parte dei lavoratori si cerca di contenere l’incalzare del contagio, tuttavia rimane il fatto che l’Italia fa registrare uno tra i più alti tassi di mortalità per covid al mondo.

Salvare l’ordine esistente

L’azione più rilevante dei governi è indirizzata a preservare le attuali strutture economiche e sociali in quanto una crisi così profonda e pervasiva potrebbe fare vacillare l’ordine esistente. E’ quindi necessario fare ricorso all’apparato costrittivo e propagandistico per mantenere inalterati gli equilibri sociali. Seminare paura e insicurezza e, nello stesso tempo, prospettare un’unica via d’uscita sono argomenti indispensabili in questo percorso. Come è fondamentale mantenere la centralità del sistema produttivo e finanziario. L’attività economica delle grandi aziende non si è quasi mai arrestata, pure nei momenti più duri della pandemia si è continuato a produrre persino armi; le borse hanno continuato a speculare, l’azionariato a percepire dividendi, la ricchezza a concentrarsi sempre più nelle mani di pochi, come certificano tutte le statistiche. Per evitare l’accendersi di pericolosi focolai di rivolta si è cercato di fornire il minimo vitale ad una parte di popolazione in sofferenza, al resto ci ha pensato la carità o la solidarietà. Intanto il debito pubblico italiano ha continuato e continua ad aumentare, a fine emergenza si prevede raggiungerà il 160% del Pil, mentre la questione delle insostenibili disuguaglianze viene sollevata con molta cautela e in forme di pantomima politica. L’arrivo del vaccino ha rappresentato la quadratura del cerchio: potere e scienza possono far fronte a qualsiasi emergenza, pur grave, tutto può continuare sullo stesso binario. Il ritorno alla normalità, vaccinati e contenti, può avvenire all’insegna della ripresa economica, della crescita del Pil, della stabilizzazione dei rapporti sociali. Recovery Fund, Mes e ogni altro strumento della finanza pubblica per accrescere investimenti e produttività sono lì a dimostrarlo. Pazienza per i morti.
Tuttavia niente può nascondere il fatto che una società che si ritiene ricca, moderna, avanzata si è scoperta debole nell’affrontare questa drammatica situazione. L’Italia fa i conti : con un sistema sanitario al collasso – dopo che per anni si è fatto di tutto per smantellare la sanità pubblica -; con un apparato di protezione sociale troppo debole; con un mondo del lavoro frammentato e fragile – lavoratori precari, sottopagati, sfruttati-, esposto al rischio del contagio spesso inutilmente; con una diffusa povertà che ha portato sull’orlo della fame centinaia di migliaia di persone. Tutto questo, è chiaro, non scomparirà col vaccino e neppure se i fondi del Recovery ammontassero a mille miliardi.
Per contro è risultato evidente quali sono le nostre reali e inderogabili necessità: disporre di cibo sufficiente, vivere in comunità solidali, usufruire di un sistema sanitario diffuso ed efficace.

I frutti avvelenati dell’aggressione alla natura

Tra le tante evidenze che la pandemia ha reso inoppugnabili c’è la grave emergenza climatica e ambientale che, a parere della stragrande maggioranza degli scienziati, ha messo in atto processi irreversibili se non si interviene immediatamente e radicalmente. La stessa odierna pandemia è il frutto avvelenato di un’aggressione alla natura senza precedenti. Già da tempo gli scienziati avvertivano del possibile pericolo di una pandemia: la Sars, la Mers, l’aviaria degli anni scorsi ci hanno fatto correre il rischio di precipitare nel buio in cui ci troviamo adesso. E non è escluso che nuovi patogeni e nuove pandemie si profilino all’orizzonte, se non si pone rimedio al sistematico depredamento delle risorse e dei beni. Se la crisi pandemica non è estranea alla crisi ecologica, anzi ne è la diretta conseguenza, le molteplici crisi che da decenni ci affliggono – economica, sociale, di genere, intergenerazionale, di equità, di valori – sono legate tutte da un filo che conduce diritto al sistema di produzione di mercato basato sulla crescita e sull’accumulazione. Persino la parola crisi appare perciò riduttiva, se consideriamo che l’impiego della potenza scientifica e tecnologica da parte del capitalismo da sempre costituisce una continua aggressione agli esseri viventi e all’intero ecosistema. Così il precario benessere di cui gode una parte minoritaria degli uomini che abitano il pianeta terra, è veramente ben poca cosa se paragonato a tutte le guerre, le distruzioni, le sofferenze che il modello occidentale ha causato. Non di una semplice riconversione ecologica c’è bisogno oggi, ma di un cambio di paradigma produttivo e sociale, di un’economia che trovi fondamento nella natura e sia a misura umana, di una società che si basi sul mutuo appoggio e sull’autogoverno.

Per un cambio di paradigma produttivo e sociale

Un’esperienza così sconvolgente e dirompente come quella che stiamo vivendo avrebbe dovuto mettere in discussione radicalmente il nostro modello di sviluppo. Invece così non è, il dibattito pubblico è tutto teso a ripristinare le condizioni precedenti, proprio quelle che ci hanno scaraventato in questo cul de sac e stanno mettendo a repentaglio il futuro delle giovani generazioni. Simbolicamente due questioni rappresentano questo clima che ha il sapore della restaurazione: il debito pubblico e la patrimoniale. In Italia, in particolare, si tratta per le classi dirigenti – politici, imprenditori, intellettuali – di due argomenti tabù. Il debito pubblico crescerà in modo smisurato per affrontare l’emergenza, il buon senso dovrebbe suggerire che in questo momento sarebbe opportuno: primo non continuare a indebitarsi e reperire i fondi necessari da risorse interne – tassazione delle ricchezze accumulate, lotta all’evasione, taglio delle spese inutili, a cominciare da quelle militari e per le grandi opere dannose, attivazione di un circuito economico su scala locale attraverso strumenti di scambio alternativi (moneta di conto come il sardex, ad esempio) -; secondo distribuire il peso del debito in modo da far pagare di più a chi più ha, attraverso l’introduzione di una patrimoniale o di una tassazione adeguata che colpisca le grandi e le medie fortune; terzo ridiscutere una volta per tutte l’esistenza stessa del debito per giungere ad una sua cancellazione. Niente di ciò è all’ordine della discussione generale e quando se ne parla incidentalmente è solo per stigmatizzare chi ha osato pensare che sarebbe opportuno far pagare anche chi possiede grandi ricchezze. Dovrebbe stupire che oggi in Italia non esista un efficace sistema di tassazione progressivo, avviene invece esattamente il contrario: chi lo propone è considerato sovversivo o inguaribile sognatore.
La verità invece è che il debito pubblico accumulato dall’Italia nel corso degli ultimi trent’anni è stato ripagato abbondantemente con gli interessi: su 2.200 miliardi di debito sono stati pagati 3.300 miliardi (dati 2017). Nella storia si è sempre verificato che quando un debito diventa inesigibile o ingiusto viene cancellato. Perché nulla fanno politici e partiti è una domanda alla quale dovremmo rispondere collettivamente.

Mettere in discussione il modello della crescita quantitativa e la società di mercato

Mentre il dibattito su debito e patrimoniale viene censurato, ampio spazio viene dato ai temi della riconversione ecologica e della digitalizzazione. Se la connessione tra pandemia ed ambiente non viene chiaramente esplicitata, tuttavia nessun governo (o quasi) oggi nega l’esistenza di un’emergenza ecologica. Da qui la proposta di misure che limitino l’impatto delle attività umane, soprattutto riguardo all’emissione di CO2. Il green new deal è lo slogan adottato a livello mondiale per marcare l’impegno dei governi nella transizione ecologica. Ma come si può pensare di invertire la rotta sulla questione ambientale e parlare di sviluppo sostenibile senza mettere in discussione il modello della crescita quantitativa e l’organizzazione della società di mercato? Per fare un solo esempio molta enfasi viene posta sull’importanza di modificare alcuni comportamenti individuali e collettivi, come il consumo eccessivo di carne e il ricorso a mezzi di trasporto privati. Non che tali comportamenti non possano essere modificati, ma se per un attimo immaginiamo che nel giro di qualche mese tutti consumassimo meno carne o ci spostassimo con mezzi pubblici è facile prevedere uno shock del sistema attuale. Ancora, mangiare cibi naturali e biologici farebbe bene alla nostra salute e a quella dell’ambiente. Ma se non si riorganizza il sistema della produzione, della distribuzione, del lavoro, persino del tempo di vita delle persone, solo una infima parte della popolazione potrà adottare questi comportamenti virtuosi, con impatto quasi nullo sulla salute della terra. Non basta allora parlare di riconversione ecologica, questa società non può essere riconvertita in termini ecologici perché il suo modello di sviluppo è in contrasto col rispetto della natura (e degli uomini).
La digitalizzazione, d’altra parte, viene prospettata come la soluzione a molti problemi del post ma anche del pre-pandemia, come l’inarrestabile futuro delle nostre società, cui il contagio sta facendo da acceleratore. Per questo i governi intendono avviare intensi programmi di informatizzazione. Vi sono tuttavia molte questioni irrisolte sull’impatto generale di un futuro digitale che dovrebbero indurre cautela e diffidenza da parte delle popolazioni. Ne elenchiamo alcune. Innanzitutto una maggiore automazione nell’attuale mondo del lavoro non può che comportare più precarizzazione e disoccupazione. In secondo luogo, attualmente reti e dati sono nelle mani di alcune grandi multinazionali. Maggiore digitalizzazione in questo contesto vorrà dire consegnarsi definitivamente allo strapotere dei magnati di internet. Ancora recenti studi delle neuroscienze hanno evidenziato come il cervello dei cosiddetti nativi digitali si stia modificando a causa della loro esposizione alla tecnologia. E’ una questione enorme che richiederebbe molta prudenza. Inoltre, se per salvare il pianeta bisognerà andare verso una territorializzazione della produzione e delle relazioni, quale dovrebbe essere l’utilità di una rete così diffusa e pervasiva? Infine, il controllo dei dati attraverso sofisticati algoritmi sta sempre più diventando un efficace strumento di controllo sociale da parte di governi ed enti privati che così manipolano comportamenti e orientano opinioni.

Non aspettiamoci risposte dai governi

Nessuna risposta decisiva alla pandemia può dunque venire dai governi, intenti a tutelare privilegi e gerarchie, a perpetuare strutture economiche e finanziarie vigenti. Non lasciamoci ingannare dall’apparente e rinnovato protagonismo degli Stati che si sono assunti l’onere della risposta alla pandemia. Questo interventismo è oggi frutto dell’emergenza ed agisce all’interno di un quadro coerentemente neoliberista. Non ci sarà un nuovo riformismo, anche quando i governi sembrano assumere un programma riformista. L’epoca del riformismo, tanto più un riformismo dall’alto operato dai governi anche in assenza di una forte spinta della società, è tramontata. Il riformismo novecentesco trovava la sua ragion d’essere nella volontà di integrare le masse nella società di mercato, per sterilizzarne il potenziale rivoluzionario; oggi un’economia, che in gran parte si autoalimenta attraverso la speculazione finanziaria, può funzionare anche a dispetto, se non contro, la società. Gli andamenti della Borsa e l’accumulazione senza precedenti della ricchezza nelle mani di pochi lo stanno a dimostrare. Del resto governi e capitale hanno sempre collaborato per realizzare la società dello sfruttamento e delle disuguaglianze. Rifondare un’economia sociale dovrà essere compito delle classi subalterne o se vogliamo di quel 99% che, secondo il celebre slogan del movimento Occupy Wall Street, viene soggiogato dall’1%. Solo una forte e determinata mobilitazione sociale che sappia avere una chiarezza di obiettivi e un’autonomia di iniziativa può provare a ribaltare una china che altrimenti appare indirizzata verso nuove e più travolgenti catastrofi.

La storia lo ha dimostrato…

Ma la storia ha anche abbondantemente dimostrato che una prospettiva anarchica e libertaria è quella che può portare ad una svolta reale. Gli strumenti teorici e pratici dell’anarchismo, messi in atto a più latitudini da vari movimenti popolari, sono quelli più consoni al grado di liberazione cui l’umanità oggi aspira. Azione diretta, equivalenza mezzi-fini, socializzazione e autogestione. Occorre, come si diceva, avere ben chiaro il percorso da intraprendere, la metodologia di lotta, l’approdo verso una società liberata. Chiamiamola società della decrescita, della sussistenza, della cura, del buen vivir, non è una questione nominale, è fondamentale che tale società affronti l’emergenza ecologica e concretizzi sempre più spazi di libertà e forme di uguaglianza. Per realizzare ciò si deve attivare un processo decisionale che parta dal basso attraverso assemblee di quartiere, di paese e nei luoghi di lavoro, fino ad abbracciare ambiti sempre più ampi sul piano regionale, nazionale e internazionale; un processo che applichi i principi della democrazia diretta, della rotazione e della revocabilità degli incarichi. Strumenti privilegiati per condurre lotte sempre più profonde e determinate dovranno essere: scioperi; scioperi alla rovescia sull’esempio di quelli realizzati dal movimento contadino nel secondo dopoguerra o quelli praticati da Danilo Dolci; blocchi delle attività nocive e dannose; occupazioni delle attività produttive per volgerle al bene collettivo.

Mobilitazione ampia, rivendicazioni precise

Per cominciare sarà necessario costruire una mobilitazione ampia e capace di mantenere una propria autonomia di indirizzo che metta al centro precise rivendicazioni e prefiguri un superamento dell’economia di mercato. Ecco alcune schematiche e immediate proposte da mettere in campo:

Affrontare l’emergenza pandemica: potenziando in prima istanza la medicina di base e l’assistenza domiciliare; mettendo a disposizione di tutti e gratuitamente strumenti di protezione individuale, esami clinici, cure e tamponi; ripensando alla riorganizzazione del sistema sanitario su base territoriale, con autonomia di gestione a livello comunitario e comunale; affidando la gestione dei ristori alle comunità e agli enti locali in modo che possano attingere a risorse diversificate, promuovere forme concrete di solidarietà e prefigurare una riorganizzazione dell’economia locale in senso mutualistico.

Avviare una campagna che, da subito, ottenga una riduzione e distribuzione delle ore di lavoro;

Sostenere e realizzare un’agricoltura naturale, locale e di prossimità che metta al bando prodotti e tecniche (pesticidi, OGM, ipersfruttamento del suolo) dannose, che non ricorra a logiche industriali e riacquisisca una dimensione di rispetto e complementarietà con l’ambiente e gli esseri viventi che lo abitano;

Realizzare forme di distribuzione dei beni legate ad un territorio limitato che contrastino la grande distribuzione organizzata e qualsiasi forma di consumismo;
Riqualificare il territorio e l’ambiente affrontando il degrado idrogeologico, il consumo di suolo, l’inquinamento e mettendo al bando le grandi opere;
Operare la gestione collettiva dell’acqua e del servizio dei rifiuti. Approvvigionamento idrico garantito a tutti e in grado di soddisfare anche le esigenze di un’agricoltura pulita e compatibile; attuazione di una raccolta differenziata dei rifiuti che punti al riciclo e al riuso sul modello zero rifiuti;

Realizzare una mobilità efficace, sicura, interconnessa, accessibile a chiunque e compatibile con il benessere dell’ecosistema; consentire a tal fine il potenziamento dei mezzi ecologici e la partecipazione collettiva ai progetti di sviluppo e di adeguamento dei sistemi di mobilità;

Opporsi alle spese militari, alle politiche di militarizzazione dei territori, alla produzione e al commercio di armamenti, alla presenza militare nelle diverse aree globali sottoposte alle strategie imperialiste, per destinare le ingentissime risorse risparmiate ad ambiti essenziali e vitali per la popolazione;

Liberarsi dal mito dell’industrializzazione, dello sviluppo e della crescita, insostenibili per l’ambiente, per gli esseri umani, per il futuro delle società;
Promuovere forme di organizzazione orizzontali, assembleari, all’insegna dell’azione diretta e in un’ottica federalista, per sviluppare un movimento unitario dal basso che accolga le esperienze di lotta esistenti per inceppare il sistema e gettare le basi per un cambiamento reale del presente.

Federazione Anarchica Siciliana
aderente all’internazionale di Federazioni Anarchiche
fas.corrispondenza@inventati.org – fasiciliana.noblogs.org
febbraio 2021

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L’antifascismo siciliano durante il ventennio

GIORNATA DELLA MEMORIA

27 GENNAIO 2021

L’ANTIFASCISMO SICILIANO DURANTE IL VENTENNIO

Pare strano, ma non è ancora stata scritta una storia complessiva dell’antifascismo siciliano. Vi sono ricostruzioni parziali e di parte, o di singoli eventi, che riguardano comunisti, socialisti, azionisti, anarchici, cattolici e persino massoni – ai margini delle quali fan capolino anche le sommosse popolari, più o meno spontanee, gli scioperi, le manifestazioni di piazza – ma manca uno studio che le colleghi fra loro, dia organicità all’avversione della maggioranza dei siciliani verso il fascismo e ne testimoni la continuità durante il Ventennio. Proverò a fornire qualche elemento in proposito.

Se consideriamo le caratteristiche persistenti e originarie del fenomeno fascista (1. la costruzione di uno Stato forte e totalitario; 2. la composizione sociale, che è quella di una piccola e media borghesia in crisi economica e identitaria; 3. L’esercizio sistematico di ogni forma di violenza per conquistare il potere; 4. il “machiavellismo” ideologico per mantenerlo), riusciamo a comprendere perché il fascismo non potesse avere una grande presa in Sicilia all’inizio degli anni ‘20: 1. i siciliani erano sempre stati contro l’accentramento amministrativo e contro lo Stato forte; 2. la piccola e media borghesia erano poco consistenti e concentrate solo nelle grandi città; 3. la violenza di classe era endemica specialmente nella Sicilia occidentale dove, a favore degli agrari, era già propinata dai gruppi mafiosi; 4. infine, per quanto riguarda la metodologia politica del mezzo che prevale sul fine, essa era usuale tra i tanti notabilati e le clientele politiche preesistenti nell’Isola.

Perciò i fascisti dovettero procedere alla conquista della Sicilia dapprima con l’annientamento fisico delle opposizioni sociali e politiche nelle zone che nell’immediato dopoguerra avevano visto il prevalere delle componenti più avanzate del movimento operaio e contadino, nel milazzese inizialmente, poi nel trapanese e nel siracusano, particolarmente nel circondario di Modica (l’attuale provincia di Ragusa), e in alcune città come Messina e Caltanissetta, cittadelle del sindacalismo rivoluzionario; in seguito, “comprando” e annettendo i principali esponenti del partito liberale e della democrazia sociale (quattro di loro finirono ministri nel primo governo Mussolini), che erano allora i primi due partiti politici dell’Isola.

LA RESISTENZA ALLO STRAGISMO FASCISTA

La tattica utilizzata dai fascisti per la conquista militare della Sicilia era la stessa sperimentata nelle regioni del Centro e Nord Italia. Si concentravano tutti insieme in un determinato luogo con pistole e bombe a mano, su camionette montate di mitragliatrici, e piombavano nel centro delle città sparando e terrorizzando la popolazione. Qui distruggevano col fuoco le Camere del lavoro, le sedi delle organizzazioni operaie e contadine, i municipi nelle mani dei “rossi”, costringendo con la forza alle dimissioni Sindaco e consiglieri. Uccidevano, ferivano, compivano attentati, sequestravano e bastonavano chi vi si opponeva.

La prima strage in cui sono coinvolti dei fascisti avvenne a Catania, in piazza Manganelli, il 28 luglio 1920, con 7 morti tra cui una guardia regia e una ventina di feriti; la seconda a Comiso il 7 novembre 1920, con 4 morti e 10 feriti; seguirono Ragusa il 9 aprile 1921, con 4 morti e 60 feriti; Caltanissetta il 26 aprile 1921, con 6 morti e numerosi feriti; Castelvetrano l’8 maggio 1921, in connubio con i mafiosi locali, che fece 7 morti di cui 2 fascisti, e 43 feriti ufficialmente accertati; Modica il 29 maggio 1921, con 6 morti e 4 feriti; San Piero Patti il 4 settembre 1921, con 2 morti e diversi feriti; Lentini il 10 luglio 1922 con 6 morti e 50 feriti; accompagnate dallo stillicidio di continue uccisioni di singoli militanti in numerose altre località, che non si fermarono neppure dopo la Marcia su Roma e s’intensificarono anzi alla vigilia delle elezioni truccate del 6 aprile 1924.

I fascisti in Sicilia, che nel novembre 1920 ammontavano a poche decine, ancora nel maggio 1923 non superavano le 10.000 unità, di cui ben 6.828 nelle sole province di Catania e Siracusa, dove venivano ampiamente finanziate e armate dagli agrari. Nella Sicilia occidentale, infatti, a fare il lavoro sporco trovavano la concorrenza della mafia rurale. Le prime gesta le compirono in provincia di Messina, nel milazzese dove il movimento contadino aveva acquistato particolarmente forza dopo le recenti occupazioni. Nonostante il terrore e i primi morti lasciati sul terreno, incontrarono però grande resistenza a Librizzi, dove squadre di contadini guidate da Nino Puglisi riuscirono a respingere, dall’autunno 1921 all’aprile 1923, i reiterati assalti dei fascisti di Patti, San Piero Patti e Raccuja, facendo loro ripetutamente assaggiare la legge del “santu marruggiu”; e a Caltanissetta. Quest’ultima aveva assistito nei primi mesi del 1921 ad un crescendo di violenze squadristiche, con incendi, devastazioni e agguati ai singoli militanti. Il ferroviere sindacalista Raffaele Frugis, assieme al giovane comunista Pompeo Colajanni e all’anarchico Michele Mangione, riuscì a costituire un fronte unico dal basso di squadre operaie, di studenti e di intellettuali che fronteggiarono validamente armati l’offensiva fascista. Il 1° maggio 1922 in un comizio in piazza, seguito da un imponente corteo proletario, potrà rivendicare la liberazione almeno temporanea della città. Altri significativi episodi di resistenza vittoriosa alla violenza squadrista si ebbero a Misterbianco nel luglio 1921, a Catania il 1° maggio e il 2 novembre 1922, e a Biancavilla, dove si assistette ad una insurrezione popolare nel dicembre 1922.

GLI ARDITI DEL POPOLO

Il primo movimento di resistenza armata al fascismo, in Sicilia come nel resto d’Italia, fu quello degli “Arditi del popolo”, gruppi di ex combattenti di sinistra, inquadrati militarmente, che apparvero in dieci località siciliane a partire dal luglio 1921: a Palermo, Marsala e Caltanissetta, dove si scontrarono con l’opposizione dei vertici del PCDI e la repressione delle forze di polizia, ed ebbero vita stentata, riuscendo tuttavia a incutere timore ai fascisti nei pochi scontri armati di cui furono protagonisti. Più consistenti i reparti di “arditi” di Catania, Terranova (l’attuale Gela) e Messina, dove godettero dell’appoggio unitario di socialisti, repubblicani, demolaburisti e soprattutto anarchici. In queste città avvennero scontri cruenti che videro i fascisti, finalmente contrastati sul loro terreno e con la loro stessa tattica, “scappare” vergognosamente. Nel siracusano, dopo le stragi e lo stillicidio di uccisioni di sindacalisti, vennero costituite sezioni con pochi elementi a Modica, Vittoria, Lentini e Avola. Di tutte, la sezione di “arditi del popolo” più importante rimase quella di Catania, che giunse ad avere 400 componenti, e durò, tra le più longeve in Italia, fino all’ottobre 1922,  quando il governo arrestò i suoi principali esponenti inviandoli alle isole di confino o, nel caso dei più irriducibili, nei manicomi criminali: è il caso degli anarchici Giovanni Marinelli e Giovanni Taccetta.

Sempre gli anarchici, là dove non fu possibile costituire sezioni di “arditi del popolo”, su proposta di Paolo Schicchi e del “Vespro anarchico” di Palermo, il quindicinale che prima e più di ogni altro organo di stampa denunciò la marea montante del fascismo siciliano, organizzarono in diverse località “comitati di difesa proletaria”, alcuni dei quali dureranno fino al 1926. Tra i più combattivi si segnalarono quelli di Agrigento, Naro, Canicattì, Cefalù, Caltanissetta, Noto, Sciacca, Scicli e soprattutto Siracusa e località limitrofe, dove dal 9 al 12 marzo 1925 venne organizzata con successo la resistenza popolare all’invasione della città da parte di migliaia di militi fascisti in procinto d’imbarcarsi per la Libia. Un altro episodio, ampiamente divulgato all’estero, ebbe per protagonista a Naro Gaetano Pontillo che il 20 e 21 luglio 1923 riuscì a sottrarsi all’arresto freddando due assalitori e seminando decine di fascisti e poliziotti postisi alle sue calcagna. Molti di quei primi resistenti, a differenza di Pontillo, di Puglisi o di Taccetta, riusciranno, dopo un periodo passato in clandestinità, ad espatriare e ad alimentare le colonie di fuoriusciti antifascisti all’estero, specialmente a Tunisi e a Marsiglia, in contatto con quelli rimasti all’interno grazie ad una estesa rete clandestina, supportata dai marittimi delle navi che assicuravano il collegamento con la Sicilia.

IL “SOLDINO”

Se gli “arditi del popolo” e i “comitati di difesa proletaria” rappresentano la prima resistenza armata al fascismo, il movimento del “soldino” costituisce la prima resistenza civile. Esso prende il nome da una moneta da 5 centesimi, recante l’effigie del re Vittorio Emanuele, che i militanti appuntavano sul petto. Nato a Messina il 6 maggio 1923 dalla protesta di nuclei di ferrovieri e impiegati statali, licenziati dal primo governo Mussolini, che consideravano il re quale garante delle libertà statutarie violate, raggiunse ben presto diverse altre località siciliane (Catania, Siracusa, Barcellona, Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta, ecc.) e calabresi, dove vennero inscenate imponenti manifestazioni di popolo, con assalto a caserme della milizia e sedi del Fascio. Senza un vero coordinamento, il movimento sopravvisse lo spazio di una stagione, sopraffatto dalle autorità dello Stato fascista, e tuttavia dimostrò platealmente la disapprovazione di masse consistenti di popolazione nei confronti del fascismo e dei suoi metodi, e costituì l’humus della protesta accesa, a partire dal giugno dell’anno successivo, dall’omicidio di Giacomo Matteotti.

LA PROTESTA MATTEOTTI

La scomparsa e il rinvenimento del cadavere di Matteotti, il 10 giugno 1924, diventò infatti in Sicilia il pretesto per nuove imponenti manifestazioni di piazza che si svolsero soprattutto a Catania, Palermo, Messina e Agrigento, tendenti a riunire in un fronte unico (disertato però dai comunisti e da una parte degli anarchici) tutte le opposizioni al fascismo. Al carattere politico, la protesta aggiunse infatti anche quello sindacale, con un’ondata di scioperi proclamati specialmente ad Avola, Licata, Campofranco, Racalmuto, Piazza Armerina, ecc., che si prolungarono nel 1925 e che i fascisti, demoralizzati, non riuscirono a contenere. Gli ex combattenti di sinistra fondarono un’associazione, “Italia Libera”, che operò come servizio d’ordine nelle manifestazioni e si mostrò disponibile alla lotta armata. Su questa disponibilità farà perno Gaetano Marino, un ex combattente divenuto anarchico, per costituire, nelle campagne tra Salemi ed Alcamo, una nuova formazione armata che non ebbe il tempo di operare per l’arresto preventivo dello stesso Marino ma anche per il clima improvvisamente mutato nel paese dopo che Mussolini, per salvare il governo, aveva intrapreso la strada della dittatura, sospendendo nel gennaio 1925 le libertà di stampa e di associazione, incarcerando e processando, a partire dal novembre 1926, tutti gli oppositori politici, deputati inclusi.

L’OPPOSIZIONE AL REGIME

Nei comuni dell’Isola che ospitavano nuclei consistenti di fascisti regnava un clima di terrore, ampliato dalla connivenza delle autorità, per le continue violenze e intimidazioni. Mentre l’opposizione politica veniva messa a tacere con anni di carcere e di confino (emblematici i processi tenutisi presso il Tribunale Speciale fascista contro comunisti e anarchici tenutisi a Catania e a Messina tra il 1927 e il 1929), l’opposizione popolare si manifestava in una miriade di atti di ribellione e disobbedienza isolati. Sono circa 50.000 gli individui che vennero rubricati dalla polizia in Sicilia come sovversivi (600.000 in tutta Italia) per episodi di insofferenza al regime che sono indice di una resistenza quotidiana diffusa alla propaganda martellante del regime.

IL TENTATIVO SCHICCHI

Paolo Schicchi, che per tutto il Ventennio rimarrà il principale esponente dell’anarchismo ma anche dell’antifascismo militante isolano (come gli verrà riconosciuto al confino politico di Ponza e di Ventotene) era stato costretto da Mussolini in persona ad interrompere le pubblicazioni del “Vespro anarchico” nell’ottobre 1923, mentre i redattori e collaboratori del giornale davano vita a diversi numeri unici clandestini in varie località dell’Isola (Agrigento, Noto, Gela, Lentini, Siracusa e Catania, dove il vittoriese Giovanni Consalvo – presto riparato a Paternò – pubblica “Il Piccone”) -, continua a scrivere per le testate anarchiche nordamericane che introduce clandestinamente nell’Isola. Il 30 aprile e il 1° maggio 1924 subirà pertanto due processi che faranno giurisprudenza, grazie ad un’abile autodifesa e all’assistenza di luminari del foro, quali Francesco Saverio Merlino, Rocco Gullo, Francesco Alessi e Orazio Campo, perché stabiliva l’incolpabilità di chi pubblicava all’estero notizie contrarie al regime.

Schicchi riuscirà ad eludere la sorveglianza della polizia il 6 ottobre 1924 e a riparare all’estero, dove fonderà nuovi giornali, inviati clandestinamente sull’Isola, insieme ad appelli ai Siciliani alla lotta contro il fascismo, rinverdendo le tradizioni del Vespro e del Risorgimento al grido fatidico: MORA! MORA!

Il 20 agosto 1930 tentava il rientro in Sicilia, nascondendosi clandestinamente nel piroscafo “Argentina” insieme a due compagni: scoperto, verrà deferito al Tribunale per la Salvezza dello Stato, e condannato prima al carcere di Turi di Bari e poi al confino nelle isole di Ponza e Ventotene. Nell’esilio aveva intessuto un’ampia rete di contatti con i compagni rimasti sull’Isola, che l’avevano convinto della possibilità di suscitare con l’esempio un moto di ribellione, da iniziarsi nelle province di Palermo e di Trapani. Contemporaneamente al suo arresto, il governo provvide a quello di molti componenti dei gruppi rivoluzionari che attendevano il suo arrivo per passare all’azione.

IL FRONTE UNICO ANTIFASCISTA ITALIANO

Quanto Schicchi aveva preconizzato nel 1930, cioè la creazione di una vasta rete pre-insurrezionale di forze antifasciste per tutta l’Isola, andò maturando due anni dopo, grazie all’arrivo di emissari del Partito comunista – le cui poche cellule, rimaste slegate fra loro, operavano da tempo nella più stretta clandestinità –. Questi emissari (Bonomo Tominez, Pompeo Colajanni, Pasquale Burzillà), riuscirono a rianimare i militanti specialmente delle province di Messina, di Caltanissetta e di Catania, a collegarli fra loro e a spronarli ad effettuare attività sindacali ed azioni di propaganda. Contemporaneamente, nelle stesse località e fra continue persecuzioni poliziesche che ne assottigliavano periodicamente le fila, socialisti come Agatino Bonfiglio, azionisti come Attilio Palmisciano e massoni come Giuseppe Caporlingua cominciarono ad operare nello stesso senso superando le reciproche diffidenze e gli steccati ideologici.

Il salto di qualità venne però effettuato nell’autunno del 1933 con la Creazione del FUAI (Fronte Unico Antifascista Italiano), il “il primo tentativo, in sede nazionale, di riannodare le file antifasciste” come scriverà nelle sue memorie il comunista separatista Franco Grasso, uno dei suoi iniziatori.

Il movimento nacque dalla saldatura tra le nuove leve, una generazione di militanti antifascisti aliena da dispute ideologiche, ed alcuni maturi organizzatori delle lotte sociali del passato. L’iniziativa venne presa, quasi contemporaneamente a Palermo da Ettore Gervasi, Franco Grasso ed altri, per lo più studenti, e a Vittoria, dal lato opposto dell’Isola, da Vincenzo Terranova, e portò in breve tempo alla creazione di decine di gruppi il cui sviluppo non fu interrotto neppure dall’arresto dei 24 principali promotori, avvenuto a seguito della soffiata di una spia il 12 febbraio 1935. Esso disponeva di una stamperia clandestina e di un organo di propaganda “L’Italia antifascista”, stampato a Vittoria, e si proponeva tra l’altro “di affidare a studenti o laureati in chimica il compito di preparare esplosivi occorrenti per eventuali attentati; … di suscitare scandali, propagandando notizie tendenziose specialmente nel ceto operaio; … di non limitarsi a discussioni teoriche, ma entrare nel campo d’azione e fare qualcosa di forte per scuotere l’opinione pubblica”. Se a Palermo, dopo la retata del ’35, si stenterà a ricostituire il “FUAI” (un “Comitato di liberazione”, legato ad altri proliferati nel frattempo sull’Isola, sorse solo nel 1941), altrove invece (a Catania, nel trapanese, nel nisseno e nel ragusano), l’organizzazione rimase pressoché integra, e fomentò gli scioperi contro il carovita che cominciarono ad apparire, sempre più frequenti, dal 1936, specialmente tra i lavoratori delle miniere e dei trasporti, e i disoccupati (una imponente manifestazione con decine di arresti si ebbe a Palermo nel gennaio 1937); organizzò espatri e rimpatri clandestini (ad esempio di combattenti per la rivoluzione spagnola); la diffusione massiccia di stampati provenienti dall’estero e, soprattutto, la raccolta di armi che dette modo in alcune località (a Sommatino con Calogero Diana, a Sciacca e paesi limitrofi con Accursio Miraglia), di organizzare bande armate partigiane, anche piuttosto numerose, che operarono una serie di sabotaggi senza poter passare, alla vigilia dello sbarco degli alleati, a vere e proprie azioni di guerra.

GIUSTIZIA E LIBERTÀ

Di questa rete capillare, che includeva un po’ tutti, dai socialisti agli anarchici, dai comunisti ai massoni, si erano distaccate le formazioni di “Giustizia e Libertà” che cominciarono ad operare nel messinese, sotto la guida di Nino Pino Ballotta, reduce da Parigi, e nel catanese, sotto quella di Antonio Canepa, fin dal 1937, con azioni armate ripetute, e con un’organizzazione ermetica difficilissima da smantellare. Nel 1940, allo scoppio della guerra, Canepa ed una parte dei suoi diventano agenti del SIS, il Servizio segreto militare inglese, con la collaborazione del quale passeranno dai sabotaggi alle linee telefoniche ad alcuni attentati eclatanti: a fine 1941 ad un treno carico di munizioni, nei pressi della stazione di Ramondetta vicino Messina; il 10 giugno 1943 all’aeroporto militare di Gerbini e il 7 luglio successivo al treno armato di cannoni di stanza nella stazione di Catania. Sono le prime vere azioni di un movimento partigiano al quale migliaia di siciliani, e lo stesso Canepa, daranno un apporto consistente in Sicilia (con la sollevazione di interi paesi:  Trecastagni, Barrafranca, Pedara e Mascalucia, Adrano ecc.) e nel continente nei mesi seguenti.

Ma oltre che nelle azioni armate, Canepa si distinse anche in quelle propagandistiche. In tutti i licei di Catania e all’Università per anni circolarono copiosamente i suoi dattiloscritti, che firmava con lo pseudonimo di Mario Turri, come questo del 1942 intitolato Vent’anni di malgoverno fascista, con cui concludo questo intervento:

Prima ancora di arrivare al governo i fascisti incominciarono a vessare il popolo siciliano con incendi, devastazioni, batoste e assassini. Distrussero le leghe contadine, le cooperative operaie, le Camere del Lavoro, le Case del Popolo, i circoli democratici, repubblicani e socialisti. Occorre che dica che ci sono voluti quindici anni prima che Mussolini si accorgesse che in Sicilia ci sono Comuni senz’acqua, senza fogne, senza luce e senza strade? Non dico con quali criteri assurdi e pulcinelleschi è stata condotta la cosiddetta redenzione del latifondo. Sperava forse in questo modo di legare a sé le classi lavoratrici. Ma i nostri contadini e i nostri pastori, signor Mussolini, non sono degli imbecilli! Hanno le scarpe grosse, ma il cervello fino! Dopo essersi visti strappare con gli ammassi il frumento e l’olio, la lana e perfino il bestiame, hanno ben capito che anche la bonifica del latifondo è un trucco. Uno dei soliti imbrogli del governo per riempire le tasche dei suoi lacchè! Ed ora ci hanno trascinato in guerra. Perché? Perché a Mussolini piace così! In Africa, in Grecia, in Russia, già 80.000 siciliani, tra morti e feriti, hanno versato il loro sangue per l’ambizione di quest’uomo. Mussolini ha mandato i tedeschi nell’isola; hanno occupato d’autorità i migliori alberghi, i più bei palazzi, le più comode ville; si sono installati dovunque da padroni; comprano ogni cosa con il nostro danaro; mangiano a due ganascie tutto ciò che è nostro; si ubriacano, violentano, quando possono, le nostre donne. Mussolini, te ne sei finalmente accorto che la Sicilia non è affatto fascista sino al midollo? Che la Sicilia accoglierebbe a braccia aperte e bandiere spiegate gli inglesi, gli americani e chiunque altro volesse aiutarci a riconquistare la nostra libertà, la nostra indipendenza? Tutto dovrete restituirci, tutto, fino all’ultima pecora, fino all’ultimo chicco di grano, fino all’ultimo soldo, tutto quel che ci avete rubato e truffato …”

Natale Musarra

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